09 Agosto 2020
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I runner e gli asintomatici sono i nuovi capri espiatori,
ma la libertà e i diritti non sono una colpa

23-03-2020 21:10 - News Generiche
Riteniamo normale il coprifuoco totale, il controllo maniacale di ogni nostro dato e accarezziamo l'idea della tracciatura completa di ogni nostra mossa e contatto con sistemi che oscurano anche i metodi ben più blandi utilizzati dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001.

Nel suo ultimo pamphlet, il penalista Filippo Sgubbi, uno dei più apprezzati giuristi italiani, denuncia le nuove categorie in cui si divide il diritto penale dopo gli ultimi mutamenti sociali. In particolare le due categorie fondamentali sono i “puri“ e gli “Impuri”. I primi sono i gruppi sociali che godono grazie a leggi o sentenze di un privilegiato status di ragione “a priori”. Sono le vittime di genere: donne, minori, soggetti discriminati per motivi di odio o discriminazione razziale. Gli impuri sono coloro che godono viceversa di un pregiudizio di colpevolezza legato alla natura dei reati, alla condizione della vittima, e alla tipologia di appartenenza. Predatori sessuali, mafiosi, politici e industriali inquinatori. L'emergenza da Coronavirus ha aggiunto nuovi esemplari: il runner e l'asintomatico.
Il primo è già di suo una sorta di vivente memento mori che ogni sedentario come chi scrive cerca di scacciare dalle proprie visioni ogni volta che l'inconfondibile silhouette gli si para davanti con il viso stravolto da una smorfia di sofferenza, emblema del dolore inseguito come un traguardo. Jean Baudrillard nel suo saggio America aveva colto nell'antenato del runner, lo jogger, la metafora della fine vicina dell'umanità. “La maratona è una forma di suicidio dimostrativo , un suicidio come un monito: correre per mostrare che tu sei capace di succhiare da te ogni goccia di energia ..ma per provare cosa?… che tu sei capace di morire…”. Una raffigurazione che aveva trovato un a sua validazione nella morte precoce del teorico dello sport Jimmy Fix morto a 48 anni di infarto. Del resto, a volerla dire tutta il paziente uno, oggi fuori pericolo, è un runner che ha lasciato nella scia del suo sudore le mefitiche particelle.

Il runner è il perfetto capro espiatorio dell'umanità incazzata alle prese con il terrore di morire. Insieme a lui un altro “impuro” come direbbe Sgubbi si avanza: l'asintomatico (spesso i due archetipi coincidono nella stessa persona) che è semplicemente un soggetto immune alla malattia pur avendo incoculato il virus. L'asintomatico è l'ultima frontiera dell'untore, può essere chiunque ovunque, l'incubo sociale perfetto.

E così torme di seguaci salviniani che ieri aggredivano e insultavano extra comunitari, dopo aver virato sui cinesi, poi tramutati in benefattori per qualche mascherina in regalo, oggi insultano ed inseguono, invocandone l'arresto i nuovi mostri sociali in maglietta e scarpette.

La verità è che sta montando la paura, per la propria vita come per il futuro, e contemporaneamente la sensazione che non tutto stia filando liscia nella catena di comando dell'emergenza.

La paura genera mostri su cui scaricare la pulsione di morte: un esempio evidente è l'atteggiamento verso i detenuti. Se quello della società nei confronti della nuova peste fosse un atteggiamento razionale non ci dovrebbe essere la minima esitazione a diminuire in modo consistente la popolazione carceraria. Dove più pericoloso può essere un assembramento se non in luoghi che ospitano migliaia di carcerati oltre la capienza massima? Ci sono oggi 60.000 detenuti laddove i penitenziari potrebbero contenerne almeno 20.000 di meno.

Eppure l'umanità civile affacciata al balcone non fa una piega, non chiede e protesterebbe solo se uno dei reclusi venisse messo in libertà. In attesa che ne muoia qualcuno.

Preferiamo lentamente, passo dopo passo, farci espropriare delle libertà minime, ritenere normale il coprifuoco totale, il controllo maniacale di ogni nostra mossa e dato, vagheggiare il “modello cinese” ed esaltare il sistema sociale ipotizzato dalla ditta Casaleggio come ha ricordato Linkiesta qualche giorno fa. Sventolando bandiere diamo la caccia al runner e accarezziamo l'idea della tracciatura completa di ogni nostra mossa e contatto con sistemi che oscurano anche i metodi utilizzati dagli Stati Uniti nel dopo 11 settembre 2001.

Il Garante della Privacy Antonello Soro ha avvertito che la mappatura totale e perenne dei nostri spostamenti è incompatibile con valori non negoziabili di libertà fondamentali. Stefano Ceccanti, parlamentare del Partito democratico e docente di Diritto Pubblico, ha aggiunto che il ricorso alla decretazione di urgenza con provvedimenti firmati dal presidente del Consiglio senza nessuna verifica parlamentare e pressoché a getto continuo sta sottoponendo a una torsione insostenibile il sistema costituzionale e ha sollecitato la formazione di una commissione interparlamentare di controllo che si ponga con una funzione di controllo rispetto a un potere esecutivo dilatato. Il rischio è la nascita di una “democrazia illiberale”.

Ora, sia ben chiaro che qui non si minimizza nulla, chi scrive vive tappato in casa da 20 giorni coi suoi cari e ci resterà per quanto sarà necessario, ma non può nascondere a se stesso i guasti che il “diritto penale della paura” sta creando, una sorta di narcosi e di assuefazione alla regola dell'emergenza perenne. Se invece di Giuseppe Conte avessimo come primo ministro il vero Winston Churchill, da un pezzo avrebbe detto ai suoi governati che sì, certamente, l'emergenza grave sarebbe passata ma l'idea di difendere il proprio livello di vita e di libertà, d'ora in avanti, avrebbe comportato qualche non trascurabile rischio, anche per la propria vita. Avrebbe ricordato che un'ottantina di anni fa in milioni morirono per arrivare a certe conquiste e che perdere i diritti può essere estremamente facile. Che la scelta può essere tra la decrescita felice e la libertà in un mondo ispirato al progresso e che si può pagare un prezzo per questo.

E infine avrebbe citato ciò che dice la Corte Costituzionale in una sentenza dedicata a una delle vicende emblematiche della nostra storia recente: l'ILVA di Taranto. «La Costituzione italiana, come le altre Costituzioni democratiche e pluraliste contemporanee, richiede un continuo e vicendevole bilanciamento tra princìpi e diritti fondamentali, senza pretese di assolutezza per nessuno di essi. La qualificazione come “primari” dei valori dell'ambiente e della salute significa pertanto che gli stessi non possono essere sacrificati ad altri interessi, ancorché costituzionalmente tutelati, non già che gli stessi siano posti alla sommità di un ordine gerarchico assoluto». Ecco, oggi la bilancia di quest'ordine democratico è pericolosamente inclinata e tocca a noi reggere il piatto.

di Cataldo Intrieri



Fonte: www.linkiesta.it



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